Fußball, Porträts & Biographien: LIEBE AUF DEN ZWEITEN ANLAUF? Warum Ralf Rangnick plötzlich wieder perfekt zum AC Milan passen könnte…

Der AC Milan wirkt derzeit wie ein schwer angeschlagener Adelspalast im lombardischen Nebel. Viel Glanz an den Wänden, viele Erinnerungen in den Gängen – aber auf dem Spielfeld fehlte zuletzt die Seele.

Die Saison endete nicht einfach nur enttäuschend. Sie implodierte beinahe geräuschlos. Coach, il „Mister“ Max Allegri scheiterte, Igli Tare musste gehen, weitere Figuren aus dem inneren Machtzirkel verschwanden ebenfalls von der Bühne. Milan steht nun vor einem radikalen Neuanfang. Nicht kosmetisch. Sondern strukturell.

Und genau in solchen Momenten tauchen manchmal Namen wieder auf, die nie ganz verschwunden waren.

Ralf Rangnick.

Es ist fast schon eine Ironie der Fußballgeschichte, dass ausgerechnet jetzt die alte Verbindung zwischen dem deutschen Professor des Pressings und dem italienischen Traditionsriesen wieder aufflammt. Denn Rangnick und Milan – das war schon vor Jahren eine Geschichte voller Spannung, Annäherung und plötzlich gezogener Handbremsen. (https://www.rund-magazin.de/news/1781/80/Rangnick-AC-Mailand/ )

Damals fehlte der Mut.

Heute fehlt Milan vor allem Orientierung.

SACCHIS GEIST IM HINTERGRUND

Die „Gazzetta dello Sport“ berichtet dieser Tage von neuen Gesprächen rund um Rangnick. Gerry Cardinale und Zlatan Ibrahimovic sollen intensiv nach einer neuen sportlichen Architektur suchen. Nicht nur nach einem Trainer. Sondern nach einem Gehirn für den gesamten Verein. (https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Milan/28-05-2026/allenatore-milan-rangnick-jaissle-pochettino.shtml )

Und genau dort beginnt Rangnicks eigentliche Stärke.

Denn viele reduzieren ihn bis heute auf Pressing, Laufarbeit und Red-Bull-Fußball. Dabei war Rangnick immer viel mehr als das. Er war Fußballarchitekt, Talentscout, Systemdenker und Visionär zugleich. Einer, der Vereine nicht nur trainiert, sondern umprogrammiert.

Das Faszinierende:
Seine Ideen entstanden teilweise ausgerechnet durch den AC Milan selbst.

Rangnick studierte einst obsessiv Arrigo Sacchis legendäre Milan-Mannschaft der späten 80er. Raumverknappung, aggressives Gegenpressing, kollektive Bewegungen – vieles davon saugte der Schwabe auf wie ein Musikstudent alte Opernpartituren. Während andere Trainer nur Spiele schauten, analysierte Rangnick Mechanismen.


Sacchi war für ihn keine Inspiration.
Sacchi war eine Fußballuniversität.

Und vielleicht schließt sich genau deshalb nun ein Kreis.

WARUM MILAN JETZT EINEN SYSTEMDENKER BRAUCHT

Während Milan heute oft wirkt wie ein Ferrari im Leerlauf, könnte Rangnick genau jener Mechaniker sein, der den Motor wieder versteht. Nicht nur taktisch, sondern strukturell.

Interessant ist dabei auch die mögliche Trainerfrage.

Laut italienischen Medien favorisiert Rangnick Matthias Jaissle, den jungen deutschen Coach von Al Ahli. Ebenfalls geprägt vom Red-Bull-Kosmos, dynamisch, modern, mutig. Einer, der Intensität trainieren lässt wie andere Mannschaften Standards. Auch Mauricio Pochettino bleibt ein Thema. Ebenso Iraola oder Oliver Glasner.

Aber egal welcher Trainer am Ende kommt:
Milan braucht vor allem eine Idee.

Zu oft wirkte der Club zuletzt wie eine Modeschau ohne Stilrichtung. Große Namen, hohe Erwartungen, aber kein klarer Plan. Mal defensiv denken, mal offensiv reden, mal Jugend fördern, dann wieder hektisch Veteranen holen. Alles wirkte wie ein teures Menü ohne Hauptgang.

Rangnick dagegen denkt in Prozessen.
In Entwicklungsstufen.
In Fußballlogik.

Genau deshalb könnte er für Milan gefährlich gut passen.

ITALIENS STOLZ GEGEN DEN WANDEL

Natürlich bleibt Italien speziell. Dort regieren nicht nur Taktiktafeln, sondern auch Eitelkeiten, Netzwerke und alte Fußball-Dynastien. Schon 2020 verhinderten interne Widerstände seine Ankunft. Viele wollten keinen Deutschen, der plötzlich erklärt, wie italienischer Spitzenfußball modernisiert werden müsse.

Doch die Zeiten haben sich verändert.

Der italienische Fußball lebt längst nicht mehr nur von Nostalgie. Inter arbeitete international stabiler, Atalanta revolutionierte Denkweisen, Bologna überraschte mit Struktur und Mut. Milan dagegen verlor sich zuletzt zwischen Vergangenheit und Gegenwart.

Vielleicht braucht es nun tatsächlich jemanden von außen.

Einen, der die Milan-DNA nicht zerstören, sondern neu entzünden will.

Und vielleicht ist genau das die eigentliche Pointe dieser Geschichte:
Dass ein Deutscher den Geist Sacchis womöglich besser konserviert hat als viele Italiener selbst. Zuerst aber, kann man Rangnick mit der Österreichischen Nationalelf bei der WM 2026 in den USA, Kanada und Mexiko erleben – dort, wohin es die Squadra Azzurra abermals nicht hingeschafft hat…

EINE VERSPÄTETE FUSSBALL-ROMANZE?

Noch stehen für Rangnick die WM-Gruppenspiele mit Österreich im Mittelpunkt. Aber Mailand hört offenbar wieder aufmerksam hin.

Liebe auf den zweiten Anlauf?

Im Fußball sind gerade die verspäteten Geschichten oft die interessantesten.

Giovanni Deriu

VERSIONE Italiana:

Nebbia lombarda. Molto splendore sulle pareti, molti ricordi nei corridoi – ma sul campo, ultimamente, mancava l’anima.

La stagione non si è conclusa semplicemente in modo deludente. È quasi implosa in silenzio. Il tecnico, il “Mister” Max Allegri ha fallito, Igli Tare ha dovuto lasciare, e anche altre figure del cerchio interno del potere sono uscite di scena. Ora il Milan si trova davanti a un nuovo inizio radicale. Non cosmetico. Ma strutturale.

Ed è proprio in momenti come questi che a volte riemergono nomi che non erano mai davvero scomparsi.

Ralf Rangnick.

È quasi un’ironia della storia del calcio che proprio adesso il vecchio legame tra il professore tedesco del pressing e il gigante della tradizione italiana torni a riaccendersi. Perché Rangnick e il Milan – già anni fa – erano una storia fatta di tensione, avvicinamenti e improvvisi freni a mano tirati. (https://www.rund-magazin.de/news/1781/80/Rangnick-AC-Mailand/ )

Allora mancò il coraggio.

Oggi al Milan manca soprattutto una direzione.

LO SPIRITO DI SACCHI SULLO SFONDO

La “Gazzetta dello Sport” riferisce in questi giorni di nuovi colloqui attorno a Rangnick. Gerry Cardinale e Zlatan Ibrahimović sarebbero alla ricerca intensa di una nuova architettura sportiva. Non soltanto di un allenatore. Ma di un cervello per l’intero club. (https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Milan/28-05-2026/allenatore-milan-rangnick-jaissle-pochettino.shtml )

Ed è proprio qui che inizia la vera forza di Rangnick.

Perché ancora oggi molti lo riducono a pressing, corsa e calcio stile Red Bull. In realtà Rangnick è sempre stato molto più di questo. È stato architetto calcistico, talent scout, pensatore sistemico e visionario allo stesso tempo. Uno di quelli che non si limitano ad allenare i club, ma li riprogrammano.

La cosa affascinante:
le sue idee nacquero in parte proprio grazie al Milan stesso.

Rangnick studiò in modo quasi ossessivo il leggendario Milan di Arrigo Sacchi della fine degli anni ’80. Riduzione degli spazi, gegenpressing aggressivo, movimenti collettivi – il tecnico svevo assorbì tutto questo come uno studente di musica che analizza antiche partiture d’opera. Mentre altri allenatori guardavano semplicemente le partite, Rangnick studiava i meccanismi.

Sacchi per lui non era un’ispirazione.
Sacchi era un’università del calcio.

E forse proprio per questo ora si chiude un cerchio.

PERCHÉ IL MILAN HA BISOGNO DI UN PENSATORE SISTEMICO

Mentre oggi il Milan spesso sembra una Ferrari al minimo, Rangnick potrebbe essere proprio quel meccanico capace di capire di nuovo il motore. Non solo tatticamente, ma anche strutturalmente.

Interessante è anche la possibile questione allenatore.

Secondo i media italiani, Rangnick favorirebbe Matthias Jaissle, il giovane tecnico tedesco dell’Al Ahli. Anche lui formato nell’universo Red Bull: dinamico, moderno, coraggioso. Uno che allena l’intensità come altre squadre allenano i calci piazzati. Anche Mauricio Pochettino resta un nome in corsa. Così come Iraola o Oliver Glasner.

Ma indipendentemente da chi arriverà alla fine:
il Milan ha soprattutto bisogno di un’idea.

Troppo spesso il club ultimamente è sembrato una sfilata di moda senza uno stile preciso. Grandi nomi, aspettative elevate, ma nessun piano chiaro. A volte pensare in modo difensivo, altre parlare offensivamente, poi puntare sui giovani e subito dopo prendere veterani in modo frenetico. Tutto sembrava un menù costoso senza piatto principale.

Rangnick invece ragiona in processi.
In fasi di sviluppo.
In logica calcistica.

Ed è proprio per questo che potrebbe adattarsi al Milan in modo pericolosamente perfetto.

L’ORGOGLIO ITALIANO CONTRO IL CAMBIAMENTO

Naturalmente l’Italia resta un ambiente particolare. Lì non governano solo le lavagne tattiche, ma anche vanità, reti di potere e antiche dinastie calcistiche. Già nel 2020 le resistenze interne impedirono il suo arrivo. Molti non volevano un tedesco che improvvisamente spiegasse come modernizzare il calcio italiano di vertice.

Ma i tempi sono cambiati.

Il calcio italiano ormai non vive più soltanto di nostalgia. L’Inter ha lavorato con maggiore stabilità internazionale, l’Atalanta ha rivoluzionato i modi di pensare, il Bologna ha sorpreso con struttura e coraggio. Il Milan invece ultimamente si è perso tra passato e presente.

Forse ora serve davvero qualcuno dall’esterno.

Qualcuno che non voglia distruggere il DNA del Milan, ma riaccenderlo.

E forse proprio questa è la vera ironia della storia:
che un tedesco abbia conservato lo spirito di Sacchi forse meglio di molti italiani stessi. Prima però si potrà vedere Rangnick con la Nazionale austriaca ai Mondiali 2026 negli Stati Uniti, in Canada e in Messico – là dove la Squadra Azzurra ancora una volta non è riuscita ad arrivare…

UNA ROMANZA CALCISTICA IN RITARDO?

Per ora, per Rangnick, al centro dell’attenzione ci sono le partite del girone mondiale con l’Austria. Ma Milano sembra ascoltare di nuovo con attenzione.

Amore al secondo tentativo?

Nel calcio, proprio le storie arrivate in ritardo sono spesso le più interessanti.



Porträts, Clubs & Biographien: Ein kleines Fußballmärchen, manch einer meint, Fußballwunder, wurde in der Serie A wahr! FC Como – Das internationale Team „Jugend foscht“ vom Comer See, spielt in der kommenden Saison in der Champions League! Fabregas hat dem Verein seinen Stempel aufgedrückt…

Der Fußball schreibt noch immer Geschichten, die größer sind als jedes Datenblatt, größer als jeder Algorithmus und manchmal sogar größer als die Milliarden der modernen Eigentümerstrukturen.

Der FC Como 1907 ist genau so eine Geschichte.

Eine Geschichte von Tradition, Leidenschaft, Geduld, Vision – und von einem Club, der viele Jahrzehnte im Schatten lebte, ehe plötzlich wieder Licht über den Comer See fiel. Wer heute durch Como spaziert, spürt sofort, dass dieser Verein mehr ist als nur ein Fußballclub. Die Menschen dort tragen Como im Herzen. Blau und Weiß gehören zur Stadt wie der See, die engen Gassen oder die Piazza Cavour.

Als der Aufstieg in die Serie A perfekt war, verwandelte sich die Stadt in ein einziges großes Fußballfest. Menschen feierten bis tief in die Nacht. Fahnen aus den Fenstern. Gesänge am Wasser. Euphorie überall.

Und ehrlich gesagt: Es war verdient.
Denn dieser Aufstieg war kein Zufall.
Und schon gar kein kurzfristiges Fußballmärchen.


Wie wir bereits auf Checkfussballberater.de während der Saison 2024/25 berichteten, war früh erkennbar, dass in Como etwas Besonderes entsteht. (https://checkfussballberater.de/fussball-saison-2023-2024-alle-wege-fuehren-nach-madrid-fuer-fussballliebhaber-jedoch-ueber-die-route-leverkusen-stuttgart-bergamo-bologna-como-oder-wenn-clubs-fuer-ueberraschungen-dur/ )

Damals lobten wir ausdrücklich die Philosophie von Cesc Fabregas, der bereits in der Serie B einen mutigen, modernen und intelligenten Fußball spielen ließ.

Und genau dort beginnt die eigentliche Geschichte. Denn wer die italienische Serie B kennt, weiß: Diese Liga ist brutal.
Vielleicht ist sie sogar die härteste zweite Liga Europas.
Taktisch anspruchsvoll. Körperlich intensiv. Emotional extrem.
Und jedes Wochenende ein Kampf.

Traditionsvereine, volle Stadien, hoher Druck, kaum einfache Spiele.
Zwischen Platz drei und Platz zehn liegen oft nur wenige Punkte.
Jeder Fehler wird bestraft.

Viele internationale Beobachter unterschätzen diese Liga massiv.
Doch wer sich dort durchsetzt, besitzt Charakter. (Auch der ehemaliga Nationalspieler und Bayern-ChampionsLeague-Legende, Stefan Effenberg, verhalf der Fiorentina wieder zum Aufstieg)

Como setzte sich durch. Mit einem jungen Kader. Fast einem U23-Kader.
Mit einer klaren Idee. Mit viel Geduld.
Und mit einem Trainer, der den modernen Fußball versteht.

Cesc Fabregas wurde in Como längst mehr als nur ein ehemaliger Weltstar.

Er wurde eine wahre Identifikationsfigur. Vom Spieler, an seinem Karriere-Ende, hin zum U19-Coach. Letztendlich zum Cheftrainer. Eine Entwicklung, die im heutigen Fußball fast romantisch wirkt.

Und genau diese Authentizität spürt man im gesamten Verein.
Der Club lebte jahrelang in den unteren Regionen des italienischen Fußballs.
Sogar in der Serie D.

Doch amerikanische und später indonesische Investoren erkannten früh das Potential dieses historischen Vereins. Sie sahen:
den interessanten Standort, klein aber fein, edel, an einem wahnsinnig schönen See.
Viel Geschichte. Noch mehr Emotionen.
Und die Möglichkeiten erst…

Aber vor allem:
Eine Stadt, die nach Fußball hungerte.

Der Neustart begann bewusst. Nicht laut. Schon gar nicht künstlich. Sondern sehr strukturiert. Heute gehört Como zu den spannendsten Fußballprojekten Europas
Interessant ist dabei vor allem, trotz der finanziellen Möglichkeiten wurde nie ausschließlich auf große Namen gesetzt.

Fabregas setzte bewusst auf junge Spieler.
Hungrige Spieler.
Entwicklungsfähige Spieler.

Viele Stammspieler waren unter 23 Jahre alt.

Das macht den Erfolg noch bemerkenswerter.

Fabregas selbst sprach nach dem historischen Erfolg davon, dass diese Mannschaft ein „Capolavoro“, ein Meisterwerk, sei.

Und damit hat er recht.

Denn Como gewann nicht durch Zufall.
Sondern durch Entwicklung. Durch tägliche Arbeit.

Durch eine Idee. Der Spanier sprach nach der Saison offen darüber, dass die Champions League nun andere Anforderungen stellt.

Mehr Erfahrung.
Mehr Tiefe.
Mehr Reife.

Und dennoch möchte Como seine Identität nicht verlieren.

Das ist entscheidend.

Viele Clubs scheitern genau an diesem Punkt:
Sie verlassen ihre DNA, sobald Erfolg kommt.

Como scheint diesen Fehler vermeiden zu wollen.

Die Verantwortlichen arbeiten ruhig.
Strategisch.
Klar.

Präsident Mirwan Suwarso und Fabregas wirken dabei wie ein ungewöhnlich harmonisches Duo.

Der emotionale, impulsive Fußballmann Fabregas.
Der ruhige, analytische Präsident.
Beide ergänzen sich hervorragend.

Auch sportlich denkt man langfristig.

Die Academy wird massiv ausgebaut.
Junge Spieler sollen integriert werden.
Italienische Talente gewinnen wieder Bedeutung.

Die UEFA-Listen zwingen Clubs mittlerweile dazu, stärker auf eigene Strukturen zu achten. Und genau dort setzt Como an.

Natürlich wird auch der Transfermarkt spannend.

Spieler wie Miretti oder andere technisch starke Mittelfeldspieler passen perfekt zur Philosophie des Clubs. Como sucht keine bloßen Namen.
Como sucht Fußballintelligenz.

Das macht den Unterschied.

Interessant bleibt auch die wirtschaftliche Seite.

Die Hartono-Brüder aus Indonesien gehören mittlerweile zu den reichsten Clubbesitzern der Serie A.

Doch anders als viele kurzfristige Investoren scheinen sie verstanden zu haben:
Ein Verein wächst nicht nur über Geld.

Sondern über Kultur.

Über Vision.

Über Identifikation.

Und genau deshalb lieben die Menschen Como aktuell so sehr.

Dieser Club wirkt nicht künstlich.
Nicht konstruiert.
Nicht steril.

Sondern lebendig.

Wer die Bilder der Feierlichkeiten gesehen hat, verstand sofort:
Hier feierte keine Marketingmaschine.

Hier feierte eine Stadt. Natürlich erinnert vieles auch an frühere Zeiten.

An Hansi Müller.
An Dan Corneliusson.
An Gianluca Zambrotta, der in Como geboren wurde und dort ausgebildet wurde.

Der Verein hatte immer eine gewisse Magie. Nun ist sie zurück.

Und vielleicht beginnt jetzt erst das eigentliche Kapitel.

Denn die Herausforderung wird gigantisch.

Serie A. Europa, jetzt gleich über die
Champions League. Der Druck wächst, die Erwartungen sowieso.

Fabregas weiß das.

Er sagte selbst:
„Wenn du nicht vorbereitet bist, bekommst du in gewissen Stadien sechs Gegentore.“

Genau deshalb wirkt Como momentan so interessant.

Weil dort niemand komplett abgehoben erscheint.

Der Club träumt.
Aber mit Realitätssinn.

Und genau diese Mischung macht erfolgreiche Projekte oft langfristig stabil.
Como ist heute nicht einfach nur ein Aufsteiger.

Como ist ein Symbol dafür, dass Fußball trotz Milliarden, Datenanalysen und Hyperkommerzialisierung noch immer emotionale Geschichten schreiben kann.

Geschichten über Städte.
Menschen.
Visionen.
Und Trainer, die mutig genug sind, ihren eigenen Weg zu gehen.

Cesc Fabregas könnte dabei tatsächlich zu einem der spannendsten Trainer Europas werden. Nicht irgendwann. Sondern vielleicht genau jetzt.

Und der FC Como 1907?

Der ist längst zurück auf der großen Fußballkarte Italiens.

Vielleicht stärker als je zuvor…

Giovanni Deriu

Fußball, Porträts & Biographien – aktuelles italienisches Thema: Über Fabio Paratici, die Fiorentina und der neue stilvolle multitask „Viola Park“!Warum der FC Florenz gerade versucht, Italiens Fußball neu zu denken…

Es gibt diese Menschen im Fußball, die laut wirken müssen, damit man sie wahrnimmt. Und es gibt Fabio Paratici. Ruhig. Kontrolliert. Fast kühl wirkend.
Aber wenn er spricht, hört die italienische Serie A, ach, was, der Fußball international, trotzdem zu. Vielleicht gerade deshalb.
Beim Panel und Diskussionsforum, „Cosa può imparare l’Italia dal sistema Premier“ , in Solomeo, ging es offiziell um die Frage, was Italien von England lernen könne.

In Wahrheit ging es um viel mehr. Um Struktur. Mentalität. Professionalität.
Und um eine unbequeme Wahrheit:

Die Premier League ist dem europäischen Fußball aktuell enteilt.

Nicht nur finanziell. Sondern organisatorisch. Strategisch.
Und oft auch kulturell. Fabio Paratici, der nach seiner erfolgreichen Zeit bei Juventus Turin, ein Intermezzo in der Premier League bei Tottenham hatte, formulierte es sachlich. Fast nüchtern. Die besten Spieler entscheiden sich heute meistens gegen die Serie A. Und für England.

Früher war Italien Sehnsuchtsort.
Heute ist die Serie A oft Durchgangsstation.

Eine harte Wahrheit. Aber eben auch eine ehrliche.
Und genau diese Ehrlichkeit machte den Auftritt von Paratici interessant.
Denn der ehemalige Juventus- und Tottenham-Manager, verfiel nicht in nostalgisches Gejammer. Keine Ausreden.
Keine Romantik über „früher“. Sondern eine sachliche und tiefgreifende Analyse.

Und genau dort wurde es spannend. Denn Paratici sieht Italiens Problem eben nicht beim „vernachlässigten“ Talent. Sondern eher bei der Weiterentwicklung.
Die Spieler seien vorhanden. Die Qualität ebenfalls.

Aber man arbeite teilweise noch immer mit veralteten Methoden. Besonders deutlich wurde er beim Thema Nachwuchsarbeit.



In England, so erklärte Paratici, gebe es bis zum Alter von 14 Jahren häufig keine klassischen Tabellen. Der Fokus liege dort auf individueller Entwicklung.

Trainer sollen verbessern. Nicht nur gewinnen. Ein Satz, der zunächst viel zu simpel klingt. Aber eigentlich beschreibt er den Kern des modernen Fußballs.
Wer Kinder nur nach Ergebnissen bewertet, produziert oft früh fertige Spieler.
Aber selten außergewöhnliche.

England habe das schon früh verstanden. Italien kämpft noch damit.

Interessant war dabei auch, dass Paratici keineswegs alles an England glorifizierte.
Er sprach vielmehr über Standards. Über Professionalität.

Über Zugangsvoraussetzungen!

In der Premier League, so erklärte er, könne ein Trainer nicht einfach beliebig seinen kompletten Staff mitbringen. Die Liga prüft genau. Qualifikation.
Die adäquaten Erfahrungen. Und auch ein gewisses Niveau muss vorhanden sein.

Nicht jeder erhält automatisch Zugang. Auch das ist Professionalität. Struktur schützt Qualität.

Und genau hier hinkt Italien vielerorts noch hinterher. Spannend wurde es dann beim Thema Scouting. Denn trotz aller modernen „Datenwelten“ blieb Paratici erstaunlich „old school“. Algorithmen seien hilfreich, Daten auch wichtig.

Aber Fußball bleibe am Ende menschlich.
Er erzählte von Fernando Torres.

Von einem gemeinsamen Abendessen. Und von diesem Gefühl, dass das Feuer verschwunden war. Paritici, immer ein guter stiller Beobachter, erzählt glaubwürdig: „Ich sah den Fußball nicht mehr in seinen Augen.“
Ein bemerkenswerter Satz. Weil er zeigt, was Topmanager oft auszeichnet:

M E N S C H E N K E N N T N I S !


Nicht jede Entscheidung entsteht am Bildschirm. Manche entstehen im Blickkontakt.Ganz anders bei Carlos Tevez. Dort hätten fünf Minuten gereicht.
Tevez, der argentinische Kämpfer und Mittelfeldmotor, sprühte und strahlte Energie aus. Viel Hunger. Und vor allem, Mentalität. Man habe sofort gespürt: Dieser Spieler will noch alles gewinnen. Und genau diese Dinge lassen sich bis heute kaum vollständig berechnen.

Der moderne Fußball spricht oft nur noch über Datenmodelle.
Expected Goals. Algorithmen. Natürlich auch KI-generiert.

Aber die Wahrheit bleibt komplizierter. Fußball besteht aus Menschen.
Aus Emotionen. Aus Charakteren. Aus Dynamik.

Vielleicht erklärt genau das auch, warum Fiorentina aktuell so interessant wirkt. Aber, wir von Checkfussballberater.de, gehen nicht nur, wie oben von Paratici erwähnt, beim allumfassenden Scouting der „old School“ mit, sondern auch darin, dass in einem Verein, jeder seinen Part zum Erfolg beiträgt, und nicht nur die erste Elf auf dem Platz. Auch wir, Sandro Palmeri, der Multitask-Funktionär und Sportvorstand, sowie ehemaliger Trainer, und wir als Scout und Vermittler, suchen immer Verbindungen und Synergien, und setzen auf echte TEAMPLAYER. Sandro Palmeri war im November 2025 mit einer kleinen Delegation (MG Sportlerberatungs-Agentur), sowie den Eltern des U19-DFB-Juniorennationalspielers, Dahrel Tchitchi, und natürlich mit Dahrel selbst, bei der Fiorentina, vor Ort. Eingeladen vom Club und dessen NLZ – aber auch die Profispieler-Abteilung war bereits im Bilde.

Denn in Florenz entsteht gerade etwas. Noch unfertig. Und dennoch ein echter Hingucker. Noch nicht perfekt. Aber, man kann sich schon vorstellen, so Sandro Palmeri, „Wie es dann am Ende aussehen wird…größer als das Gelände der Bayern, von Leipzig, und ja sogar von Milan und Juventus…“

Noch nicht ganz fertig, aber sichtbar. Die vergangene Saison verlief phasenweise schwierig. Zu wenig Konstanz.
Zu viele Schwankungen. Teilweise fehlte Stabilität. Und trotzdem rettete sich Fiorentina am Ende. Fabio Paratici, wurde während der Saison bei der Fiorentina installiert, und war an allen Ecken und Enden gefragt – auch über Dahrel Tchitchi war Paratici von dessen Staff informiert, konnte aber vorerst am Vertragsangebot, weil die erste Priorität dem Serie-A-Club galt, nichts auf die Schnelle nachjustieren. Dennoch, ließ sich das Angebot für den U19-Nationalspieler des FC Heidenheim durchaus sehen. (Es sei angemerkt, dass Dahrel Tchitchi von Sandro Palmeri entdeckt und gefördert wurde, seit knapp acht Jahren begleitet Palmeri nicht nur die sportliche Vita des hochtalentierten Abwehrspieler. Verbindlichkeit, so unser gemeinsames Motto, ist ALLES! – dass ein Spieler wie Tchitchi plötzlich auch bei anderen Agenturen Begehrlichkeiten weckte, gehört zum Profi-Business dazu…)

Palmeri berichtet, wie andere Beobachter in Italien auch, der Club arbeite vor allem im Hintergrund intensiv an seiner Zukunft. Florenz ist eine überschaubare Welt- und Tourismusmetropole, und der Fußballclub ein legendäres Aushängeschild. Italien ohne Fußball und die Fiorentina, wäre wie Florenz ohne die Uffizien, und Kunst an sich. Atemberaubend schön.

Wie gesagt, es ist noch alles recht frisch abgespeichert, Sandro war erst kurz vor Jahreswechsel vor Ort – Auch Fabio Paratici war zwar kurz auf dem Areal, konnte aber nur Grüße ausrichten lassen, aber über die NLZ-Staff, war alles vorbereitet, auf Dahrel Tchitchi abgestimmt. Und der Eindruck vom Viola Park war eindeutig:
Dieses Projekt ist enorm. Der „Viola Park“ ist nicht einfach ein Trainingszentrum.
Es ist fast eine eigene Fußballstadt.
Modernste Trainingsplätze. Analysezentren. Medizinische Bereiche.
Nachwuchsabteilungen, bei denen es an nichts mangelt.
Auch der Frauenfußball wird hat seine Wertigkeit.
Das Athletik-Center, mit eigenem Oval, und so weiter.
Das Kommunikations- und PR-Zentrum, nach höchsten und modernsten Standards.

Alles wirkt durchdacht.

Effizient.

International.

Und gleichzeitig typisch italienisch. Mit Stil.
Mit Identität. Mit Emotion. Viele Besucher sprechen inzwischen davon, dass selbst manche Premier-League-Klubs keine vergleichbaren Anlagen besitzen.

Auch Paratici sagte sinngemäß genau das, beim Gespräch mit der Fachzeitung von „TuttoSport“. (https://www.corrieredellosport.it/news/calcio/serie-a/fiorentina/2026/02/25-146857393/paratici_e_la_rivoluzione_della_fiorentina_cos_il_nuovo_manager_sta_cambiando_tutto )

Und plötzlich versteht man, warum Fiorentina trotz aller sportlichen Unruhe langfristig interessant bleibt. Paratici sieht in der Fiorentina auch (s)ein neues Projekt, das in Italien, aber in Europa überhaupt, für Furore sorgen wird. Fabio Paratici hat die Erlaubnis, den FC Florenz zu revolutionieren.

Der Klub denkt größer. Nicht nur von Transferperiode zu Transferperiode.
Sondern strukturell. Das ist selten geworden.
Besonders im italienischen Fußball.

Dort fehlen vielerorts moderne Stadien. Trainingszentren.
Klare Entwicklungsstrukturen. Die Fiorentina versucht genau dort anzusetzen.

Und damit kommt man automatisch zu Rocco Commisso.
Eine polarisierende Figur. Direkt.
Emotional. Nicht immer diplomatisch.
Aber eines kann man ihm kaum absprechen:
Er hat investiert. Ganz real.
Sichtbar. Nachhaltig.

Der „Viola Park“, nach den Vereinsfarben, bleibt sein Vermächtnis.



Und vielleicht wird man erst in einigen Jahren wirklich verstehen, wie wichtig dieses Projekt für Fiorentina war. Paratici und Generaldirektor Alessandro Ferrari beschrieben in Solomeo vor allem die menschliche Seite von Commisso.
Kein distanzierter Besitzer.

Sondern jemand, der täglich durch das Trainingszentrum fuhr.
Mit Jugendspielern sprach. Sich Trainingseinheiten ansah.
Fragen stellte. Fast wie ein Familienoberhaupt.

Und vielleicht passt genau das zu Fiorentina. Denn dieser Klub war nie gewöhnlich.
Fiorentina war immer emotional.

Immer ein wenig melancholisch. Immer besonders.
Allein die Namen derer, die für die Fiorentina spielten:

Batistuta.
Baggio.
Effenberg.
Rui Costa.
Toni.
Heute De Gea.

Spieler mit Ausstrahlung. Mit Aura.
Florenz selbst verstärkt dieses Gefühl zusätzlich.

Kaum eine Stadt verbindet Fußball, Geschichte, Schönheit und Leidenschaft so intensiv. Und genau deshalb bleibt Fiorentina trotz aller sportlichen Schwankungen ein Name mit internationalem Klang.
Die Aussagen von Fabio Paratici zeigen dabei vor allem eines:
Italien muss sich modernisieren. Aber nicht durch blindes Kopieren.

Sondern durch Verstehen.
Warum funktioniert England?
Warum entwickelt sich die Premier League so dynamisch?
Warum verlassen Talente früh die Serie A?

Die Antworten liegen oft nicht nur im Geld. Sondern in Strukturen.

Und genau dort versucht Fiorentina aktuell anzusetzen.
Noch ist nicht alles gelöst. Noch fehlen sportliche Konstanten.

Aber etwas bewegt sich. Und vielleicht beginnt genau dort Zukunft:
Nicht im nostalgischen Blick zurück. Sondern im mutigen Aufbau neuer Infra-Strukturen. Italienisch, vielleicht hier und da „Old School“ als Kodex des Miteinanders, aber dennoch modern, an Technik für Effizienz, darf es nie mangeln.

Florenz scheint das verstanden zu haben. Und wer einmal selbst durch den „Viola Park“ gegangen, oder mit den E-Mobilen gefahren ist, versteht schnell:

Die Fiorentina möchte zurück. Nicht irgendwann. Sondern bald.
Zurück in den modernen europäischen Fußball… Was für ein Zukunftsprojekt!

Giovanni Deriu

(Anmerkung: Die Familie hat sich die Entscheidung nicht leicht gemacht, Dahrel Tchitchi hat sich letztendlich für ein Engagement und einen Vertrag beim belgischen Traditionsclub FC Brügge entschieden – natürlich wird es weiter begleitet, selbst wenn eine andere Agentur „mit an Bord ist“ – menschliche Verbindungen kappt man nicht einfach – und auch bei der Fiorentina hat man Dahrel Tchitchi nicht abgeschrieben, dessen Weg wird weiter beobachtet – ein weiterer Name aus unserem Pool kursiert bereits auch in den höheren Amateurligen Italiens: Und zwar der, von Oleg Scheiermann… Denn wie sagte Sportdirektor Paratici im Text sinngemäß? „Denn trotz aller modernen „Datenwelten“, sei er, Paratici selbst, erstaunlich „old school“. Algorithmen seien hilfreich, Daten auch wichtig. Aber Fußball bleibe am Ende menschlich...! Das ist auch immer unser Motto gewesen!)

Palmeris Jugendarbeit in Waiblingen hatte sich überall herumgesprochen!

Porträts, Clubs & Biographien: Wie die Brüder Nicos und Kiri Gountoulas aus Skepsis ihnen gegenüber beim SV Fellbach, echte Begeisterung machten! Jedenfalls haben sie es hervorragend verstanden, eine schlagfertige junge Mannschaft aufzubauen. Und nicht nur das, selbst die Spielweise ist recht attraktiv. Vielleicht auch im Wissen, dass einem jungen Team, Fehler schneller verziehen werden…?

Der SV Fellbach (ein ziemlich mitgliedsstarker Verein vor den Toren Stuttgarts) verliert im heimischen „Max-Graser-Stadion“ zwar deutlich mit 0:4 gegen die Sportfreunde Schwäbisch Hall. Eine klare Revanche der Haller, nachdem Fellbach das Hinspiel in Schwäbisch Hall noch mit 3:1 gewonnen hatte. Aber, die Saison ist quasi gelaufen, und der SV Fellbach steht weiter oben, als vor der Saison überhaupt geglaubt und gedacht.

Die kurze Abfolge der Tore:

  • 0:1 L. Minder (6.)
  • 0:2 M. Bunk (26.)
  • 0:3 L. Pfeiffer (61.)
  • 0:4 G. Schmidt (89.)

Doch wie so oft im Fußball, erzählt das Ergebnis nicht die komplette Wahrheit. Denn so deutlich der Sieg der Sportfreunde auf dem Papier aussieht – der SV Fellbach war keineswegs chancenlos oder hoffnungslos unterlegen. Die Haller waren schlicht wacher, effizienter und nutzten ihre Momente eiskalt aus. Besonders nach einem unglücklichen Zusammenprall zweier Fellbacher Spieler wirkte die junge SVF-Elf im Kollektiv kurz benommen. Schwäbisch Hall erkannte diese Phase sofort, und schlug gnadenlos zu.

Aber: Trotz der Niederlage bleibt der SV Fellbach Tabellenvierter – und genau das ist die eigentliche Geschichte dieser Saison.

Nach dem Abstieg und einer finanziell notwendigen Neustrukturierung setzte der Verein mutig auf ein extrem junges Team und auf zwei Trainer, die außerhalb der Szene zunächst kaum größere Bekanntheit hatten:
Nicos Gountoulas (33) und Kiri Gountoulas (35). Natürlich kannten wir von Checkfussballberater.de die beiden schon als Juniorentrainer, aber, Viele waren skeptisch.
Zu jung. Zu unbekannt. Zu riskant? Wir kannten zwar die Beiden, wie erwähnt, aus dem gehobenen Juniorenbereich, waren aber dennoch etwas skeptisch. Zwei Juniorentrainer, direkt in die Verbandliga zu einem wichtigen Traditionsclub? Unser guter Podcastfreund Michele Vulcano (#PizzaHawaii2025), Kenner des Fußballs und SVF speziell, damals auch noch innerhalb des Vereins als Sponsoren-Betreuer und Organisator aktiv, meinte nur: ,,Wartet ab, die haben schon was drauf. Schwieriger wird das zweite Jahr…“ Heute muss man sagen: Der Mut des Vereins wurde belohnt.

15 Siege, 3 Unentschieden, 11 Niederlagen, bis dato – das ist für diese Voraussetzungen ein bemerkenswerter Saisonerfolg.

Der Fußball der Fellbacher ist besonders. Laufintensiv, mutig, technisch anspruchsvoll. Teilweise wirkt das Spiel beinahe vogelwild. Aber nur auf den ersten Blick. Dahinter stecken klare Abläufe, feste Zuordnungen und bewusst eingeräumte Freiheiten im Offensivspiel.

Die „Gebrüder“ Gountoulas stehen für „mutigen und frechen Fußball“, wie es der Verein formuliert. Junge Spieler sollen Verantwortung übernehmen, kreativ sein und sich entwickeln dürfen. Der Schlüssel zum Erfolg, einem kleinen lokalen Märchen, benennt Nicos Gountoulas so: „Klare Vorgaben und verständliche Spielsysteme“, als Grundlage der Entwicklung. Bruder Kiri ergänzt:
„Die jungen Spieler wollen einfach zeigen, was sie draufhaben.“

Und genau dieses Feuer hat Fellbach in dieser Saison ausgezeichnet.

Die beiden Trainer bringen gemeinsam 13 Jahre Erfahrung aus dem Jugendfußball mit. Sie arbeiteten erfolgreich beim FSV Waiblingen, entdeckt und gestützt von Sandro Palmeri, und trainieren zuletzt die U19 des FSV 08 Bietigheim-Bissingen. Besonders der Klassenerhalt mit der U15 des FSV Waiblingen in der Regionalliga 2021/22 gilt als wichtiger Erfolg ihrer bisherigen Laufbahn. Immerhin konnten sie sich mit Topteams und anderen Trainern messen, aus Hoffenheim, Heidenheim und Stuttgart.

Ab Sommer übernehmen sie offiziell die Nachfolge von Trainer Tomislav Zoric beim SV Fellbach.

Wichtig dabei:
Die Planung des Vereins ist langfristig angelegt – unabhängig davon, ob man in der Oberliga oder Verbandsliga spielt. Mit Sportdirektor Theo Fringelis kam zusätzlich Stabilität und Struktur in den Verein.

Nach dem Spiel zeigen sich die Brüder entspannt, humorvoll und bodenständig. Man merkt schnell: Hier arbeiten keine Blender, sondern echte Fußballtypen.

Kiri Gountoulas beschreibt sich und seinen Bruder mit einem Lächeln selbst als „Menschenfischer“. Spieler überzeugen, motivieren, emotional mitnehmen – genau darin liegt offenbar ein großer Teil ihres Erfolgs.

„Die Spieler folgen uns blind“, sagt er grinsend.

Und wenn man diese Fellbacher Mannschaft beobachtet, glaubt man ihm das sofort.

Auf Seiten der Sportfreunde Schwäbisch Hall endet dagegen langsam eine Ära. Trainer Schift befindet sich auf Abschiedstour. Zur kommenden Saison übernimmt Ex-Profi Tobias Weiss, der bereits jetzt Einfluss auf die Kaderplanung nimmt. Sein Ziel ist klar: Schwäbisch Hall soll wieder ganz oben angreifen.

Doch egal ob in Fellbach oder Schwäbisch Hall:
Am Ende bleibt Fußball vor allem Menschenführung.

Oder einfacher gesagt:
Du musst Menschen und Spieler erst einmal erreichen, bevor sie für dich laufen…

Giovanni Deriu

VfR Aalen – das Meisterstück! Unsere italienische Version! Molinari e Catizone, il miracolo VfR Aalen – Il VfR Aalen, al Sud della Germania, era quasi sparito dalle mappe del calcio che conta… fino a scorso sabato sera, era tutto diverso. Ora invece si é ribaltato tutto. Tra Stoccarda e Heidenheim, si torna finalmente a parlare anche di Aalen…

Un club storico, passato appena quattordici anni fa dalla 2. Bundesliga, poi precipitato tra crisi sportive, instabilità e delusioni continue. Aalen sembrava aver perso identità, fiducia e prospettiva. E invece, nel silenzio operoso del ‚Rohrwang‘ dové l’arena, qualcosa è cambiato davvero. Non con proclami. Non con investimenti folli. Ma con idee, lavoro e personalitá.

Dietro questa rinascita ci sono due uomini dal cuore italiano:
Beniamino Molinari (la famigia di Napoli) e Giuseppe Catizone (Calabria)

Un tandem moderno e complementare.
Uno vive il calcio con energia, emozione e spirito offensivo. L’altro porta calma, lettura tattica e organizzazione.

Insieme hanno rimesso in piedi un club che sembrava smarrito.
E soprattutto hanno restituito anima a una squadra che l’aveva persa.

Molinari, nato a Schwäbisch Gmünd, è stato per anni un attaccante prolifico nei campionati del sud della Germania. Oltre 200 reti in carriera, raccontano quelli che lo conoscono bene. Numeri forse mai contati davvero, perché “Beni” ha sempre preferito il campo alle statistiche.



Da allenatore ha mantenuto la stessa filosofia:
calcio offensivo, aggressivo, intenso.
“Offensiv, wild und voller Energie”, ripete spesso.


Dopo le esperienze alla TSG Backnang e al TSV Essingen, il salto nel professionismo è arrivato grazie ad un vecchio compagno di viaggio: Alexander Zorniger.
Con lui, Molinari ha conquistato il titolo cipriota con l’Apollon Limassol, vivendo un’esperienza che lo ha profondamente formato. Successivamente è arrivata anche l’esperienza allo FC Schalke 04, in uno degli ambienti più esigenti del calcio tedesco.

Esperienze che oggi si riflettono chiaramente nel suo lavoro ad Aalen.
Molinari trasmette fame, mentalità e coraggio.
E soprattutto ha saputo creare un gruppo compatto.

Al suo fianco lavora Giuseppe Catizone.
Ex professionista del VfB Stuttgart, cresciuto nella scuola calcistica sveva, Catizone rappresenta il lato razionale dello staff tecnico.

Se Molinari accende la squadra, Catizone la equilibra.
Analisi tattica, preparazione delle partite, calci piazzati, dettagli strategici: moltissimo passa dalle sue mani.

Ma il suo peso umano conta altrettanto.
I giocatori ascoltano “Giuse”, si fidano della sua esperienza e percepiscono immediatamente la credibilità di chi il calcio professionistico lo ha vissuto davvero.

Anche Catizone arrivava da un successo importante: la promozione in Verbandsliga con il FSV Waiblingen. Subito dopo i festeggiamenti, erano già iniziate le prime riunioni con Molinari per pianificare il futuro del VfR Aalen.

I due si conoscono da oltre vent’anni.
Giocavano insieme alla Normannia Gmünd.
Condividono cultura calcistica, mentalità e ambizione.

E oggi questa sintonia si vede chiaramente in panchina. Emozione e analisi.
Intensità e calma.
Fuoco e controllo.

Il VfR Aalen gioca con identità, coraggio e organizzazione.
La squadra appare finalmente viva, unita e mentalmente forte.

La promozione in Regionalliga rappresenta molto più di un semplice salto di categoria.
È il simbolo di una ricostruzione credibile.
Di un club che ha ritrovato stabilità e ambizione.



Nel calcio moderno, spesso dominato dall’improvvisazione, il lavoro di Molinari e Catizone assomiglia davvero ad un piccolo capolavoro sportivo.
E forse il viaggio non è ancora finito.

Perché entrambi custodiscono da sempre lo stesso sogno:
allenare un giorno nella loro Italia.
La terra delle origini, della famiglia e della passione calcistica.

E chissà che, prima o poi, una panchina italiana — magari in Serie D, oppure ancora più in alto — non aspetti davvero i due italosvevi che hanno riportato il VfR Aalen alla vita.

Il capolavoro del VfR Aalen è stato praticamente sigillato nella decisiva sfida di Heilbronn contro il Neckarsulm.
A firmare il gol dell’1-0, quasi simbolicamente, è stato un altro italiano: Luigi Campagna, autore di una rete pesantissima nel momento più importante della stagione. A la fine hanno festegiatto un 4-0 con 2000 tifosi fuori casa.

GiD




Porträts, Clubs & Biographien: Das MEISTERSTÜCK DES VfR AALEN – Wie ein Traditionsclub seine Seele wieder zurückeroberte… mit schwäbischer Gründlichkeit und italienischem Flair. Der VfR Aalen so scheint es, hat aus seiner Vergangenheit die richtigen Schlüsse gezogen. Die Stadt und Fans stehen jedenfalls wieder hinter ihrem Verein…und das will was heißen!

Am Ende gab es kein Halten mehr, mit dem Abpfiff im Heilbronner Stadion am See, stürmten die rund 800 VfR-Fans den Rasen, und feierten ausgelassen mit dem ganzen Team. Mit einer 4:0-Galavorstellung, machte der VfR Aalen drei Spieltage vor Schluss den Knopf drunter.

Ja, es gibt Aufstiege, die liest man nüchtern in Tabellen. Und es gibt Aufstiege, die riechen nach Schweiß, Hoffnung und gekonnter Souveränität durch Fleiß…

Der VfR Aalen hat nicht einfach die Oberliga gewonnen. Der VfR Aalen hat ein Stück seiner Identität zurückerobert.

Vor zehn Jahren spielte dieser Verein noch in der 2. Bundesliga. Große Stadien. Große Gegner. Großer Fußball. Danach kamen schwere Zeiten. Enttäuschungen. Zweifel. Unruhe. Vom FC Heidenheim und zeitweise Ulm überholt. Klar schmerzte das, Vereine aus der Nachbarschaft. Viele Vereine verschwinden nach solchen Abstürzen langsam im Nebel der Bedeutungslosigkeit.

Doch manche Clubs tragen ein besonderes Feuer in sich.

Aalen ist so ein Club.

Jetzt ist das Meisterstück vollbracht.
Der VfR steigt in die Regionalliga Südwest auf und setzt damit ein starkes Zeichen im württembergischen Fußball.

Und das Beeindruckende daran:
Eigentlich war dieser Erfolg erst für nächstes Jahr geplant.
Doch manchmal beschleunigt Fußball seine eigenen Geschichten.

Das 4:0 gegen Neckarsulm in Heilbronn war mehr als nur ein Sieg.
Es war die Krönung monatelanger Arbeit.
Schon nach 25 Minuten war klar: Mannheim spielt nur 3:3 in Villingen. Der VfR ist Meister. Viele Mannschaften hätten danach Spannung verloren. Doch Aalen spielte weiter mit Hunger, mit Kontrolle und mit der Aura eines echten Champions.



Campagna eröffnete den großen Feier-Abend am Nachmittag.
Hannam erhöhte.
Meien legte nach.
Maksimovic setzte den Schlusspunkt.

Vier Tore wie vier Hammerschläge auf die Tür zur Regionalliga. Und auch noch schön anzusehen, zollten selbst die Gegner von Türkspor Neckarsulm Respekt und gratulierten später voller Anerkennung!

Die Bilder danach waren emotional.
800 Fans machten Heilbronn kurzzeitig zu Aalener Stadtgebiet. Gesänge. Fahnen. Emotionen. Und später verlagerte sich die Feier tief hinein in die Aalener Innenstadt.

Diese Stadt hatte wieder das Gefühl, der VfR lebt. Großen Anteil daran trägt Cheftrainer Beniamino Molinari. Er wurde genau für diesen Auftrag verpflichtet. Den VfR dorthin zurückzuführen, wo Vereine wie Göppingen bereits angekommen waren: in die Regionalliga Südwest. (Und wieder runter mussten.)

Und Molinari lieferte.
Doch Erfolg im Fußball entsteht nie allein.

Giuseppe Catizone bildet gemeinsam mit ihm ein Trainerduo, das Fußball nicht nur versteht, sondern lebt. Beide bringen Erfahrung aus höheren Spielklassen mit. Beide wirken authentisch. Beide verbinden Emotion mit Analyse. Und vor allem, beide heben immer auch das Funktionsteam, und weitere Trainer des Teams hervor.

Das ist heute selten geworden.

  • Viele Trainer wollen modern wirken.
    Viele Trainer wollen sich inszenieren.
    Doch Molinari und Catizone wirken wie Fußballarbeiter alter Schule – nur mit modernen Ideen.
  • Akribisch. Detailverliebt.
    Klar in der Kommunikation.

    Vor allem aber: glaubwürdig.

    Die Mannschaft folgte ihnen blind.

    Das war während der gesamten Saison sichtbar.
    Variable Systeme. Flexible Rollen. Hohe Intensität. Gleichzeitig Stabilität und Ordnung. Der VfR konnte dominant auftreten, aber auch leiden. Er konnte Tempo spielen oder geduldig sein.

    Genau diese Balance macht Meistermannschaften aus.

    Interessant war auch die emotionale Seite nach dem Spiel. Beide Trainer bedankten sich öffentlich bei ihren Familien und besonders bei ihren Frauen.

    Ein oft unterschätzter Aspekt im Fußball.

    Trainer leben nicht nach Uhrzeiten.
    Sie leben in Spielplänen, Analysen und Drucksituationen. Die Familie trägt vieles mit. Sie stabilisiert. Sie opfert Zeit. Sie fängt Emotionen auf.

    Deshalb wirkten diese Worte ehrlich.

    Und Ehrlichkeit war ohnehin ein Markenzeichen dieser Saison.
  • Auch im Vorstand.
    Denn selbst Präsident Michael Schäfer wurde anfangs skeptisch betrachtet. Viele wollten erst Ergebnisse sehen. Doch gemeinsam mit Sportdirektor Marc Elser und Mehmet Deli entstand eine bemerkenswert ruhige Führungsebene.

    Keine großen Schlagzeilen.
    Keine öffentlichen Machtkämpfe.
    Keine Selbstdarsteller.

    Sondern Struktur.

    Der Vorstand schuf die Rahmenbedingungen und ließ die sportliche Verantwortung dort, wo sie hingehört: beim Trainerteam.

    Ein entscheidender Faktor. Gerade im Amateur- und Halbprofifußball scheitern viele Projekte an Eitelkeiten und internen Reibungen. In Aalen dagegen entstand Vertrauen.

    Und Vertrauen ist im Fußball oft wertvoller als jedes Budget.

    Vor einigen Wochen gratulierte sogar Göppingens Gästecoach Gianni Coveli bereits frühzeitig zur Meisterschaft. Auch das zeigte, wie dominant und konstant dieser VfR in dieser Saison agierte. Das Derby mit mehreren italienischen Trainern an der Seitenlinie hatte ohnehin besonderen Charme. Leidenschaft. Emotion. Temperament.

    Man spürte förmlich:
    Hier geht es um mehr als nur Punkte.

    Fußball ist Kultur. Fußball ist Familie. Fußball ist Identität.
    Und genau diese Identität hat der VfR Aalen zurückgewonnen.
    Vielleicht liegt darin die größte Leistung dieser Saison. Nicht nur der Aufstieg.

    Sondern die Tatsache, dass Fans und Stadt wieder gemeinsam hinter diesem Verein stehen.

    Drei Spieltage vor Saisonende darf gefeiert werden. Verdient gefeiert werden.

    Doch gleichzeitig beginnt jetzt bereits die nächste Herausforderung.

    Die Regionalliga wird härter.
    Schneller. Noch einen Tick professioneller. Kurz, die Regionalliga ist größtenteils bereits Profibetrieb. Aber Aalen wirkt vorbereitet.
    Nicht nur sportlich.

    Sondern strukturell.

    Und genau deshalb fühlt sich dieser Aufstieg nicht wie ein Zufall an.

    Sondern wie der Beginn von etwas Neuem.

    Vielleicht wird es noch dauern bis zur Rückkehr in den Profifußball. Vielleicht wird der Weg steinig.

    Doch der VfR Aalen hat wieder eine Richtung.

    Und manchmal ist genau das im Fußball der wichtigste Sieg überhaupt. Die eindrucksvollen Fans feierten dies bis spät in die Nacht, oder besser, in den frühen Morgen hinein. Der pure Wahnsinn, wie Giuse und Beni immer wieder kopfschüttelnd vor Freude festhielten…

    Giovanni Deriu

Fußball, Akteure & Biographien: „Mister“ Giovanni Stroppa trägt das AC Milan-Gewinner-Gen in sich. Stroppa gilt als knurrender Aufstiegstrainer. Oder, als Mann für besondere und schwierige Missionen. Wir hatten einst das Vergnügen, den italienischen Coach in Südtirol persönlich kennenzulernen. Jedenfalls ist Stroppa wieder in der Serie A angekommen – Venezia jubelt!

Warum die lautesten Trainer selten die besten sind – und was Giovanni Stroppa anders macht? Er schreit nicht. Er inszeniert sich nicht.
Und wahrscheinlich genau deshalb, gewinnt er mit seinen Teams, die ihm folgen.
Während andere Trainer Schlagzeilen produzieren, baut Stroppa Mannschaften.
Still. Konsequent. Erfolgreich.
Ein Gegenentwurf zum modernen Fußball-Lärm.

Im Fußball herrscht oft ein Irrglaube: Wer laut ist, wirkt kompetent. Wer sich verkauft, gilt als Führungspersönlichkeit. Doch die Realität auf dem Platz sieht anders aus. Erfolg entsteht nicht durch Show – sondern durch Struktur, Klarheit und Glaubwürdigkeit. Und vor allem, durch die tägliche Arbeit auf dem Platz, und außerhalb im Stillen mit all den planerischen Dingen.

Giovanni Stroppa ist der lebende Beweis dafür.

Wer ihn früher beim FC Südtirol erlebt hat, erinnert sich nicht an große Reden. Sondern an Präsenz. An Beobachtung. An dieses Gefühl: Der Mann weiß genau, was er tut – auch wenn er es nicht permanent ausspricht. Jedenfalls waren seine Augen damals überall, auch bei den Juniorenteams, U17, U19, la Primavera oder Berretti.

Knurrig? Vielleicht. Direkt? Sicher.
Aber vor allem: authentisch.

Und genau das ist der Punkt, den viele im (Jugend-)Fußball unterschätzen.


Junge Spieler hören nicht auf Worte – sie hören auf Menschen. Sie spüren sofort, ob ein Trainer Erfahrung hat, ob er Situationen selbst erlebt hat oder nur darüber spricht. Stroppa bringt diese Tiefe mit. Seine Vergangenheit bei AC Milan ist kein dekorativer Eintrag im Lebenslauf – sie ist Fundament. Stroppa bringt diese DNA des ,,Gewinnenwollens“, in allen Facetten mit: im Auftreten, nicht nur auf dem Sportplatz, sondern auch außerhalb, in jedem Club.

Champions-League-Sieger. UEFA-Cup-Gewinner. Aber wichtiger: jemand, der den Weg kennt.

Und genau deshalb funktioniert sein Ansatz.

Erfolg ist kein Zufall – sondern Wiederholung

Vier Aufstiege. Nicht irgendwie. Nicht einmalig.
Sondern wiederholt, bestätigt, reproduzierbar.

Mit dem FC Crotone.
Mit AC Monza – historisch, erstmals in die Serie A. Damals bereits unter dem bereits verstorbenen, Silvio Berlusconi, mit seinem Topdirektor Adriano Galliani. Monza? Das war wie der AC Milan, nur etwas kleiner…
Dann, noch etwas schwieriger, mit US Cremonese.
Und zuletzt, mit Venezia FC. Vergangenes Jahr runter, und gleich wieder aufgestiegen – wem trauten sie es zu, na klar, Giovanni Stroppa. Genau sein Umfeld.

Der jüngste Aufstieg sagt alles:
2:2 bei Spezia Calcio – und wieder oben.
Venezia? Nur elf Monate nach dem Abstieg zurück in der Serie A.
Kein Zufall. Kein Lauf. Ein Muster.

Vier Aufstiege in sechs Jahren.

Wenn das kein System ist – was dann?

Der Unterschied: Stroppa baut – andere reagieren

Viele Trainer leben von Momenten.
Ein guter Lauf. Eine starke Phase. Eine glückliche Saison.
Stroppa lebt von Konstruktion.

Er kommt in einen Verein – und redet nicht sofort. Er schaut.
Stroppa analysiert gut und lang, wie es die Zeit eben erlaubt.
Er versteht die Dynamik.

Erst dann greift er ein.

Sein Fußball ist kein Chaos mit Glückstreffern.
Er ist organisiert:
hohes Pressing, enge Linien, klarer Aufbau.
Das klingt simpel – ist aber brutal anspruchsvoll.
Denn es verlangt Disziplin. Und Überzeugung.

Und genau hier trennt sich die Spreu vom Weizen.

Kein Dogma – aber eine klare Handschrift

Der nächste Punkt, den viele übersehen:
Stroppa ist kein sturer Ideologe.



Er passt sich an – ohne sich zu verlieren.
Unterschiedliche Teams, unterschiedliche Spielertypen, unterschiedliche Ziele.
Und trotzdem erkennt man seine Handschrift.

Das ist hohe Trainerkunst.

Nicht stur bleiben. Aber auch nicht beliebig werden.

Warum genau solche Trainer eigentlich in den Nachwuchs gehören

Hier wird es unbequem – aber notwendig:

Die besten Jugendtrainer sind nicht die lautesten.
Nicht die, die am meisten erklären. Sondern die, die verstanden werden.

Warum? Weil sie es selbst erlebt haben.

Ein Spieler akzeptiert Kritik nur dann wirklich, wenn sie glaubwürdig ist. Wenn sie von jemandem kommt, der die Situation kennt. Der Druck gespürt hat. Der Fehler selbst gemacht hat.

Stroppa ist genau so ein Trainer. Er schaut auch immer bei den Junioren zu, schätzt die Arbeit der Trainer.

Und genau deshalb nimmt er sich Zeit für Nachwuchs, für Gespräche, für empfohlene Spieler. Nicht aus Imagegründen – sondern aus Überzeugung.

Serie A ist kein Ziel mehr – sondern Mindeststandard

Hier liegt die vielleicht wichtigste Entwicklung:
Früher galt:
Stroppa bringt Teams nach oben.
Heute gilt: Stroppa gehört nach oben. Nur noch eine Frage der Zeit, wann ihm ein Champions-League taugliches Team anvertraut wird. Er kann Serie B, genauso aber europäischen Fußball, genau das Niveau, das er auch als Profikicker erlebt und geatmet hat.

Die Serie A ist kein Bonus mehr.
Sie ist die logische Konsequenz seiner Arbeit.

Und jetzt beginnt die eigentliche Aufgabe:
Nicht nur aufsteigen. Sondern bleiben.
Und bestehen.

Die leisen gewinnen am Ende

Es gibt dieses Bild:
Spiel vorbei. Sieg eingefahren.
Und Stroppa? Kein Ausrasten. Kein Jubel-Drama. Aber klar, die Freude sieht man ihm schon auch an.

Ein kurzes Lächeln.
Ein Blick nach vorne. Das war’s.
Warum? Weil er weiß: Das Ziel liegt nicht im Sieg.
Sondern im nächsten Schritt.

Der moderne Fußball liebt Geschichten.
Hype. Emotion. Lautstärke.

Aber am Ende gewinnt oft etwas anderes:

Klarheit. Struktur Und echte Erfahrung.

Giovanni Stroppa liefert genau das.

Ohne Show. Ohne Theater.
Ohne Ausreden.

Und genau deshalb ist er einer der Trainer, über die man mehr sprechen sollte…

Giovanni Deriu

AKTUELLES +++ AKTUELLES +++ mehr als ’nur‘ ein Gerücht: Guardiola als Neuer Nationalcoach für Italien? Zwischen Heilsversprechen und Selbst-Täuschung…

Es ist mal wieder so weit: Der Name Pep Guardiola schwebt wie ein Heilsversprechen über dem italienischen Fußball. Ein leiser Hauch von Erlösung, gewürzt mit der Hoffnung, dass ein Genie von außen das richten könnte, was innen seit Jahren knirscht. Die Versuchung ist groß. Zu groß vielleicht.Denn ja – Guardiola liebt Italien. Das ist keine Floskel, sondern gelebte Geschichte. Brescia, Rom, Begegnungen, Respekt. Italien ist für ihn kein fremdes Terrain. Und genau das macht die Sache so brisant. Gefährlich, weil Nähe manchmal den Blick vernebelt.

Der Reflex: Der große Name muss es richtenIn Spanien wird sein Abschied aus Manchester längst diskutiert, der Gedanke an eine Nationalmannschaft reizt ihn schon länger. Weniger täglicher Druck, mehr Fokus auf Idee statt Dauerfeuer – das passt zu einem Trainer, der Fußball wie ein Schachspiel denkt.

Und Italien? Greift nach diesem Gedanken wie ein Ertrinkender nach einem Ast. Doch genau hier beginnt die Selbsttäuschung.

Der Reflex ist alt: Wenn es nicht läuft, holt man den großen Namen. Den Visionär. Den Retter. Dabei wird übersehen, dass ein Trainer allein kein strukturelles Problem löst.Guardiola ist kein Feuerwehrmann. Er ist ein Architekt.Wer ihn holt, holt keine schnelle Lösung – sondern eine radikale Baustelle. Guardiola ist kein Trainer – er ist ein System!

Das Problem liegt tiefer: Guardiola bringt nicht nur Taktik mit, sondern eine komplette Denkweise. Seine Idee durchdringt alles – vom Training über die Spielerentwicklung bis hin zur Kultur eines Verbandes.Das bedeutet: Wer ihn holt, muss bereit sein, sich selbst zu verändern. Und genau da wird es kritisch. Italien fehlt seit Jahren nicht an Talent oder Leidenschaft. Es fehlt an Klarheit. An Mut zur Linie. An konsequenter Umsetzung. Die Strukturen sind träge, die Vision oft kurzfristig.Guardiola würde das sichtbar machen. Schonungslos.Aber er würde es nicht automatisch lösen.Im Gegenteil: Die Gefahr ist groß, dass er zum überstrahlenden Mittelpunkt wird. Zum Guru, zum Macher – während im Hintergrund die alten Muster weiterleben. Dann wäre er nicht Teil der Lösung, sondern Teil einer neuen Illusion. Die vergessene Revolution:

Baggios 900 Seiten Staub

Und dann ist da diese fast bittere Ironie. Italien hatte seine Vision bereits. Roberto Baggio hat 2011 ein umfassendes Konzept zur Erneuerung des italienischen Fußballs vorgelegt. 900 Seiten Analyse, Idee, Zukunft.Und was ist passiert? Nichts. Das Papier verstaubte. Die Chance verpuffte. Der Wille zur echten Veränderung blieb aus.Das ist der Kern des Problems. Nicht der fehlende Guardiola. Sondern die fehlende Konsequenz. Die Verbindung zwischen Guardiola und Baggio ist dabei fast symbolisch: zwei große Fußball-Denker, die sich respektieren. Der eine könnte kommen – der andere wurde nie wirklich gehört. Vielleicht sollte genau das zu denken geben.

Entscheidung statt Sehnsucht

Natürlich wäre Guardiola ein Statement. Ein Signal für Aufbruch, für Mut, für Veränderung. Aber ein Signal allein gewinnt keine Spiele – und schon gar keine Identität. Italien steht an einem Punkt, an dem es sich entscheiden muss. Will man wieder nur hoffen, dass jemand von außen alles richtet? Oder ist man bereit, sich selbst zu hinterfragen und einen klaren Weg zu gehen – mit oder ohne großen Namen?

Pep Guardiola kann ein Teil dieser Antwort sein. Vielleicht sogar ein entscheidender. Aber er darf nicht die Antwort selbst sein. Sonst bleibt am Ende nur das, was man in Italien inzwischen zu gut kennt: große Erwartungen, große Namen – und eine Realität, die wieder hinterherhinkt.

Die eigentliche Frage ist nicht, ob Guardiola kommt. Sondern, ob Italien endlich weiß, wohin es will…

Giovanni Deriu

Quelle: La Gazzetta dello Sport

https://www.gazzetta.it/Calcio/Nazionale/24-04-2026/azzurro-guardiola-pep-ama-l-italia-e-una-scommessa-che-lo-attira.shtml

Aktuell++ aktuell! Italien fehlt mit seiner Squadra Azzurra – ist aber bei der WM dabei: Wie der Maschinenraum des Calcio den Weltfußball weiter antreibt… ganz ohne italienisches „Knowhow geht es doch nicht!

Der italienische Fußball taumelt noch – die Nationalmannschaft hat die WM verpasst, die Wunden sind frisch, die Stimmung irgendwo zwischen Melancholie und Espresso doppio. Aber – und jetzt kommt der Teil, bei dem man die Augenbraue hebt – ganz weg ist Italien von der großen Bühne eben doch nicht. Denn wenn die Welt 2026 in Nordamerika rollt, steht „Made in Italy“ weiterhin geschniegelt an der Seitenlinie. Und zwar nicht zu knapp.

Zusammenfassung – süffisant, aber sauber gespielt

Also gut: Italien fährt nicht zur WM. Sagt das Ergebnis von Zenica, und das ist so endgültig wie ein schlecht verteidigter Standard in der Nachspielzeit. Aber wer glaubt, die Italiener bleiben im Juni alle am Strand von Rimini, hat das Spiel nicht verstanden.

Denn während die Azzurri zu Hause die Narben zählen, exportiert Italien weiter das, was es seit Jahrzehnten kann: Fußballhirn, Taktik, Staff-Power.

Allen voran Carlo Ancelotti. Der Mann, der jetzt ausgerechnet Brasilien organisiert – also Defensive zuerst, Struktur rein, und vorne dürfen dann Künstler wie Vinícius tanzen. Ein bisschen wie ein Architekt, der in Rio plötzlich deutsche Baupläne ausrollt. Funktioniert? Sieht so aus.

Dann Vincenzo Montella. Der „Aeroplanino“ hat die Türkei zurück zur WM gebracht – nach 24 Jahren Pause. Und das mit einem Team, das mehr kann, als viele denken. Viertelfinale bei der EM, solide Gruppe bei der WM – Montella liefert. Leise, aber effizient. Kein Spektakel, sondern Substanz.

Und Fabio Cannavaro? Der Weltmeister von 2006 schreibt das vielleicht charmanteste Kapitel: WM-Debüt mit Usbekistan. Ein Fußballmärchen zwischen Moscheen und Außenseiterträumen. Und ganz ehrlich – genau solche Geschichten machen Turniere groß.

Die eigentliche Pointe – Italiens unsichtbare Armee

Jetzt wird’s interessant. Denn Italien ist nicht nur Trainerland, sondern eine Art geheime Supermacht im Maschinenraum des Fußballs:

Fitnesstrainer, die mehr laufen als die Spieler
Physiotherapeuten, die Karrieren verlängern
Analysten, die Gegner seziern wie Chirurgen

Beispiele? Bitte sehr:

Yuri Annecchiarico bei Frankreich – Weltmeister 2018, wieder heißer Kandidat.
Guido Nanni in Algerien – der Mann vom legendären Totti-Selfie, arbeitet nun Trainer Petkovic zu.
Mario Pafundi – vom Radsport zum Vertrauensphysio eines der besten Stürmer der Welt.
Fabio Massimo Francioni – Sportwissenschaftler beim Katar-Team.
Andrea Lanfranco – Daten, Reha, Präzision bei der Schweiz.

Das ist kein Zufall. Das ist System. Italien liefert keine Masse mehr auf dem Feld – aber Klasse hinter den Kulissen.

Fazit, das Hoffnung macht

Die bittere Wahrheit: Italien fehlt auf dem Platz.
Die süße Wahrheit: Italien ist trotzdem überall.

Vielleicht ist genau das die neue Realität: weniger Hymne vor dem Spiel, mehr Einfluss währenddessen. Weniger Pathos, mehr Professionalität.

Oder, um es im passenden Ton zu sagen:
Italien hat die WM verpasst – aber den Fußball noch lange nicht.

Giovanni Deriu

Quelle: La Gazzetta dello Sport

(https://www.gazzetta.it/Calcio/nazionali/storie/03-04-2026/ancelotti-montella-cannavaro-gli-italiani-che-vanno-al-mondiale/gli-italiani-al-mondiale.shtml)

Reportage – Fußball-WM 2026: ohne Squadra Azzurra! Zenica: Italiens dritter Sturz ins Nichts. Diesmal scheitert Italien an Bosnien. Schon zum dritten Mal berichten wir hier auf dem Blog, über das Aus der Italiener… Die Probleme liegen viel tiefer, als gedacht!

Es ist nicht mehr nur ein Scheitern. Es ist ein Muster. Bosnien schickt eine ganze Fußballnation ins Tal der Tränen – und wenn nicht in Depressionen, dann aber zumindest in tiefe Melancholie.

In Bosniens Zenica vor knapp 10.000 Fans, im engen Stadion, das rein gar nichts mit den oft künstlichen Arenen zu tun hat, vollendete sich am Dienstagabend, was sich seit Jahren ankündigt: Die italienische Nationalmannschaft ist zum dritten Mal in Folge nicht bei einer Weltmeisterschaft dabei.

Ein Drama pur. Erst nach Elfmeterschießen fiel die Entscheidung zur WM-Teilnahme. Unentschieden 1:1 hieß es nach regulärer Spielzeit, die Verlängerung verlief torlos. Dann wurde die Niederlage gegen das ‚kleine‘ Bosnien bittere Realität. Aus, finito la festa, 2:5. Gefeiert haben die Bosnier. So nüchtern lässt sich das Ergebnis zusammenfassen.

Aber die Wahrheit dahinter ist alles andere als nüchtern. Sie ist laut. Und sie ist unangenehm. Italiens Problem, das vermuteten schon viele Experten und Schwarzmaler im Vorfeld, sitzt tiefer – im Kopf.

Auf dem Papier war Italien besser: mehr Qualität. Mehr Erfahrung. Mehr Fußball-Geschichte.
Doch auf dem Papier wurde noch nie ein Tor geschossen. Zenica hat das ein für alle Mal klargemacht.

Scheitern I: Der Kopf ist schwach – und keiner will es hören

Die größte Lüge dieses italienischen Fußballs ist, dass es an Details liegt. Tut es nicht. Italien scheitert nicht an Taktik. Auch nicht an Technik. Nicht einmal am Talent. Italien scheitert wieder einmal an sich selbst.

Zweimal hat man bereits die WM verpasst – 2018 und 2022. Jetzt ein drittes Mal. Kaum zu glauben, dass Italien die Europameisterschaft 2021 in England gewann.

Das Verpassen einer WM zum dritten Mal nacheinander ist kein Ausrutscher mehr. Das ist fast schon eine neue Fußballidentität. Und trotzdem klammert man sich an gestern. An 1982. An 2006. An Namen wie Dino Zoff, Paolo Rossi oder Del Piero und Totti, sowie Weltmeistertrainer Marcello Lippi.

Vergangenheit als Betäubung. Nicht mehr als Inspiration, als es noch echte Charaktere gab. Starke Typen. Dabei hatte einer den Finger in die Wunde gelegt: Gennaro Gattuso, der Nationaltrainer selbst. Keine Poesie. Keine Ausflüchte. Seine Botschaft war klar: arbeiten, leiden, Verantwortung übernehmen. So ist ‚Rino‘ Gattuso selbst Weltmeister unter Lippi geworden. 2006 in Berlin.

Nach dem Spiel stand der ‚Cití‘, commissario tecnico, mit glasigen Augen da. Das Spiel hatte ihn arg mitgenommen, über 120 Minuten coachte er sein Team, das über 80 Minuten in Unterzahl spielen musste. Teamchef Gattuso entschuldigte sich, dass es leider „wieder nicht gereicht“ habe, diese Niederlage sei nur schwer zu verdauen. Eine Niederlage, die größer ist als er. Vielleicht ist genau das das Problem: Die Ehrlichen tragen die Schuld. Die Verantwortlichen schweigen.

Scheitern II: Das System schützt sich, nicht den Fußball

Wer jetzt über den Schiedsrichter spricht, hat nichts verstanden. Ja, es gab natürlich strittige Szenen. Und ja, es gab eine rote Karte. Aber das sind Symptome. Keine Ursachen. Die Ursache liegt dort, wo selten Kameras sind: Im System. Im italienischen Fußballverband, in dessen Ausrichtung.

Wenn zum Beispiel im Jugendbereich Beziehungen wichtiger sind als Leistung, wo
(subtile) Korruption kein Skandal mehr ist, sondern ein offenes Geheimnis, dann stirbt der Fußball nicht spektakulär. Er verrottet langsam, von innen. Und alle sehen zu.

Hat die FIGC, die italienische Fußball-Federation, je den Mut gehabt, das offen anzusprechen? Nein, natürlich nicht. Einschnitte tun weh. Und kurzfristige Erfolge, wie der EM-Titel vor fünf Jahren in London, übertünchen Flecken und Risse im System. Es wird viel diskutiert – aber hinter verschlossenen Türen. Geflüstert statt gehandelt. Warum?

Weil zu viele abhängig sind. Zu viele profitieren. Zu viele Angst haben, ausgeschlossen zu werden. Also redet man, macht aber weiter wie bisher. Das ist kein Versagen mehr. Das ist ein System, das sich selbst schützt.

Diejenigen, die konstruktive Kritik üben, werden nicht gehört oder vertröstet. Es gibt etliche gute und integre Scouts und Beobachter in Italien. Allein, das System ist stärker, wie ein Abwehrbollwerk – das Catenaccio: Dafür waren die Italiener einst gefürchtet auf dem Platz. Mit viel Mentalität und Gattusos Coaching an der Außenlinie hielt die Abwehr bis zum Elfmeterschießen auch stand.

Die Arroganz vor dem Fall

Bosnien? „Machbar.“ Ein Wort, das wie ein Bumerang zurückschlug. In sozialen Medien lachte man erfreut über den Gegner Bosnien, der Wales bereits eliminiert hatte – nach Elfmeterschießen. Auch Federico Dimarco relativierte später. Zu spät.

Denn Bosnien spielte nicht auf „Machbarkeit“. Bosnien spielte mutig. Klar. Entschlossen, wie es die Kräfte noch zuließen. Das muss man anerkennen. Sie waren nicht größer. Nicht berühmter. Aber sie waren bereit. Und genau das hat gereicht.

Während Italien dachte, Erfahrung werde irgendwie reichen, hat Bosnien gehandelt. Während Italien zweifelte, hat Bosnien geglaubt. Das ist kein Zufall. Das ist ein Urteil. So empfanden es jedenfalls viele Fans und Beobachter.

Eine Generation ohne Erwartung

Es gibt junge Italiener, für die eine Weltmeisterschaft ohne Italien normal ist. Nicht schockierend. Fast nicht mehr tragisch. Einfach normal. Früher (!) zählte Italien stets zum erweiterten Favoritenkreis. Das ist der eigentliche Kollaps. Der Fußball – il Calcio – war einmal mehr als Sport. Er war Stolz. Identität. Drama.

Heute ist er oft nur noch Erinnerung. Und Erinnerungen schießen keine Tore. Die Medien drehen durch. Die Fans toben. Und der Name Gabriele Gravina, der Verbandspräsident, steht im Zentrum der Kritik. Vielleicht fällt er. Vielleicht nicht. Aber, es wäre nun, nach einer Pleitenserie, längst überfällig. Aber selbst wenn – das reicht nicht. Ein neues Gesicht ändert kein krankes System.

Keine Ausreden mehr

„Italiener verlieren Kriege, als seien es Fußballspiele – und sie verlieren Fußballspiele, als seien es Kriege.“ Ein Satz, oft Winston Churchill zugeschrieben. Heute klingt er weniger wie Spott. Mehr wie Diagnose. Denn Zenica war keine Niederlage. Es war ein Spiegel.

Keine Ausreden mehr. Kein „Pech“. Kein „nächstes Mal“. Nur noch Wahrheit, bitte. Am Ende bleibt nur Stille, nach dem Fiasko und Drama im Hexenkessel von Zenica. Ein Trainer wie Gennaro Gattuso, der Tränen verdrückt. Ein Team, das gekämpft hat – aber etwas nicht gereicht hat.

Ein Land, das sich entscheiden muss: zurück zur Realität oder weiter in die Illusion. Irgendwo klingt es fast schon zynisch, aber auch ein wenig poetisch. Wie einst beim italienischen Barden, Lucio Dalla:
„Ma l’America è lontana …“, Amerika ist weit weg.

So weit wie dieser Traum. Vielleicht noch weiter. Vielleicht – auf der anderen Seite des Mondes. Bei der WM in Amerika, Mexiko und Kanada jedenfalls, wird man die Squadra Azzurra vielleicht vermissen. Vielleicht aber auch nicht …

Giovanni Deriu

Der Bericht erschien zuerst hier, bei TichysEinblick: